The Big Bubble Gallery, #45


Guardate intensamente le immagini incorniciate, inspirate profondamente e poi chiudete gli occhi. Ora immaginate che uso potrebbero fare di immagini di questo genere – la versione Trabant delle foto proposte dalle banche immagini di vent’anni fa – il barista che ogni giorno vi serve il caffè ripetendo la stessa identica battuta, il ristoratore che da anni insiste a chiamarvi dottore o lo stagista bocconiano del reparto marketing col quale ogni volta vi pentite di essere stati così gentili. Bene, potete smettere di immaginare perché fra poco i risultati di questa ennesima genialata scaturita dalle fervide menti degli Apprendisti Spreconi dell’adtech ve li troverete sotto gli occhi.
Questo discutibile miracolo sarà reso possibile dal “creation kit” offerto in esclusiva agli inserzionisti dalla nuova piattaforma pubblicitaria TikTok Ads, lanciata nello scorso febbraio ed ovviamente affiliata all’omonimo social network: “uno strumento unico per chi intende lanciare la propria campagna pubblicitaria”, che ha il suo punto di forza nella fornitura diretta di template “per personalizzare i propri annunci usando immagini e clip pre-esistenti”. La ciliegina sulla torta è rappresentata dalla possibilità di sonorizzare il proprio video utilizzando gratuitamente una delle “oltre 300” tracce musicali offerte dal kit. (Avete letto bene: trecento, circa un decimo dei brani presenti nelle playlist di mia figlia di undici anni).
Si preannuncia un futuro radioso per gli antropologi e gli psicologi sociali: non serve alcun dono paranormale per prevedere che i primi sei mesi di applicazione integrale del Do-It-Yourself alla comunicazione digitale produrranno, oltre ad un diluvio planetario di annunci pressoché identici anche se riferiti a prodotti o servizi fra loro completamente diversi, una passerella di mostri generati dall’inconscio collettivo al cui confronto “Freaks” di Todd Browning sembrerà una sfilata di Victoria’s Secret.
L’idea che c’è dietro - ottusa e malsana come solo un'idea proveniente dal mondo parallelo dell’adtech può essere - è quella secondo cui esisterebbe ab origine un tubo che connette ciascun business direttamente ai recettori sensoriali del suo pubblico, e che basterebbe versarci dentro periodicamente una dose di un disgorgante qualsiasi – come un filmato autoprodotto con un apposito “creation kit” - per mantenerlo in piena efficienza.
Se il core business dell’adtech fosse (tanto per restare in tema) quello della termoidraulica, state pur certi che i Cavalieri della Techno-Fuffa non si farebbero scrupolo di consigliare a chiunque di progettare e realizzare da sé l’impianto del proprio bagno senza ricorrere a un idraulico, a patto naturalmente di acquistare da loro le tubature e gli snodi.
Fortuna che si occupano di pubblicità, altrimenti affogheremmo tutti nei liquami di rigurgito dei nostri wc.